Biennale di Venezia, News

Il labirinto del mito: archetipi nella cultura contemporanea

A volte i momenti più semplici racchiudono la saggezza più profonda.
Lascia che i tuoi pensieri si calmino e la chiarezza ti troverà.

dedicato a
Maria Cristina Crespoper la sua partecipazione alla 61a Biennale di Venezia negli eventi collaterali ufficiali
con la sua Wunderkammer di Infinito Cabinet

Il labirinto del mito: archetipi nella cultura contemporanea

Entrare in un labirinto significa accettare di perdere, almeno per un momento, la certezza della direzione. Significa avanzare tra corridoi che sembrano ripetersi, imboccare strade che conducono a vicoli ciechi, incontrare ombre che forse non appartengono al luogo ma a noi stessi. Da millenni il labirinto è una delle immagini più potenti create dall’umanità: non soltanto una costruzione di pietra, ma una metafora della mente, della paura, del desiderio e della ricerca di identità.

Nel mito greco, il labirinto di Creta custodiva il Minotauro, creatura metà uomo e metà toro, nata da una colpa e confinata lontano dallo sguardo degli altri. Teseo, giovane eroe ateniese, vi entra per affrontarla; Arianna gli consegna un filo che gli permetterà di ritrovare la via d’uscita. In questa storia antichissima sono già presenti alcuni degli archetipi fondamentali che continuano ad abitare la cultura contemporanea: l’eroe, il mostro, la guida, il viaggio, il sacrificio, il ritorno.

Non importa quanto la nostra società si consideri moderna, tecnologica o razionale: continuiamo a raccontarci attraverso figure mitiche. Le ritroviamo nei film, nelle serie televisive, nei videogiochi, nelle canzoni, nei social network, nella pubblicità e persino nei linguaggi politici. Gli archetipi non sono reliquie di un passato remoto; sono mappe emotive. Ci aiutano a interpretare ciò che non sappiamo ancora nominare.

Copertina del catalogo: Infinito Cabinet – Maria Cristina Crespo- Evento collaterale ufficiale: 61. Esposizione Internazionale 2026 – Biennale di Venezia

Il mito come linguaggio nascosto

Il mito non è semplicemente una favola antica o una storia fantastica. È un racconto che tenta di dare forma alle grandi domande dell’esistenza: chi siamo? Da dove veniamo? Perché soffriamo? Che cosa significa crescere, amare, perdere, morire? Ogni civiltà ha elaborato risposte differenti, ma molte immagini ritornano con sorprendente insistenza.

Carl Gustav Jung definì “archetipi” quelle forme profonde e universali che abitano l’inconscio collettivo. Non si tratta di personaggi fissi, come sagome ritagliate nella carta, ma di energie narrative e psicologiche che assumono volti diversi a seconda delle epoche. L’eroe può essere Eracle, Ulisse, Harry Potter, Katniss Everdeen o un giovane protagonista di una serie ambientata in periferia. Il saggio può essere Atena, Gandalf, Morpheus di *Matrix* o una nonna che conserva una memoria familiare essenziale. Il mostro può essere il Minotauro, Darth Vader, un virus, un algoritmo incontrollabile o il lato più oscuro di una persona.

La cultura contemporanea, spesso convinta di aver superato i miti, ne produce continuamente di nuovi. Ogni volta che una storia ci coinvolge davvero, probabilmente sta toccando un archetipo. Ci riconosciamo nell’eroe perché desideriamo superare un limite; temiamo il mostro perché sappiamo che la paura non vive soltanto fuori di noi; cerchiamo una guida perché nessun percorso decisivo può essere affrontato senza una voce, un gesto o un filo capace di orientarci.

 

L’eroe imperfetto: il viaggio verso se stessi

Tra tutti gli archetipi, quello dell’eroe è forse il più evidente nella narrazione contemporanea. Ma l’eroe di oggi non è quasi mai invincibile. È fragile, contraddittorio, spesso impreparato. Ha dubbi, fallisce, scappa. Proprio per questo appare vicino a noi.

Nelle grandi saghe cinematografiche, il viaggio dell’eroe continua a ripetersi. In *Star Wars*, Luke Skywalker è un ragazzo qualunque che scopre di appartenere a una storia più grande di lui. In *Il Signore degli Anelli*, Frodo non cerca la gloria: accetta un compito insostenibile e attraversa un mondo ostile per impedire che il male prevalga. In *Harry Potter*, il protagonista cresce affrontando perdite, paure e una verità dolorosa sulle proprie origini. In *Hunger Games*, Katniss Everdeen diventa simbolo di ribellione quasi suo malgrado.

Questi personaggi incarnano un’idea antica: l’eroismo non consiste nell’assenza di paura, ma nella capacità di attraversarla. Il viaggio dell’eroe non è soltanto una successione di prove spettacolari. È una trasformazione interiore. Chi parte non torna mai identico a prima, perché ha incontrato qualcosa che lo ha costretto a cambiare.

Nella cultura contemporanea, questo archetipo assume anche una forma quotidiana. L’eroe può essere chi affronta una malattia, chi lascia un ambiente tossico, chi difende una causa impopolare, chi ricomincia dopo un fallimento. Sui social media, tuttavia, l’archetipo eroico può essere deformato: il racconto della crescita personale rischia di diventare una vetrina permanente, un obbligo a mostrarsi sempre vincenti e resilienti. Ma il mito autentico insegna il contrario: ogni eroe attraversa la crisi, la solitudine e persino il desiderio di arrendersi.

 

Il Minotauro contemporaneo: il mostro che ci somiglia

Nel cuore del labirinto non attendeva un drago venuto da un altro mondo, ma il Minotauro: un essere ibrido, ambiguo, nato dall’unione impossibile tra umano e animale. È significativo che il mostro mitologico non sia del tutto estraneo all’uomo. Il suo volto inquietante suggerisce che ciò che temiamo di più potrebbe appartenere anche a noi.

Il mostro, nella cultura contemporanea, ha cambiato moltissime forme. È il serial killer nei thriller, il non-morto nelle storie horror, l’alieno nei film di fantascienza, il supercriminale nei fumetti. Ma è anche il sistema anonimo che schiaccia l’individuo, la dipendenza che divora la libertà, l’odio diffuso in rete, la violenza invisibile che si annida nelle relazioni.

In opere come *Black Mirror*, il mostro non ha spesso artigli o zanne: è una tecnologia portata alle estreme conseguenze. Gli schermi, i sistemi di valutazione sociale, la realtà virtuale e l’intelligenza artificiale diventano specchi deformanti delle nostre ossessioni. Non spaventano perché siano impossibili, ma perché sono troppo vicini al presente. Il Minotauro, allora, non è soltanto una creatura rinchiusa nel labirinto: è ciò che produciamo quando perdiamo il controllo delle nostre invenzioni o quando rifiutiamo di guardare le conseguenze delle nostre azioni.

Anche i supereroi raccontano questa ambiguità. Batman combatte il crimine, ma vive sul confine tra giustizia e ossessione. Hulk rappresenta una forza incontenibile che nasce dalla rabbia repressa. Spider-Man scopre che il potere comporta responsabilità, e che nessun dono può essere usato senza prezzo. Il confine tra eroe e mostro è spesso sottile: è una delle ragioni per cui queste figure continuano a parlarci.

Il Minotauro contemporaneo non va soltanto sconfitto. Talvolta va compreso. Le storie più profonde non si limitano a eliminare il mostro: chiedono da dove provenga, perché sia stato rinchiuso, chi abbia costruito il labirinto che lo contiene. Questa domanda trasforma il mito in uno strumento di consapevolezza.

 

Arianna e il filo della relazione

Se Teseo incarna il coraggio dell’azione, Arianna rappresenta un altro tipo di forza: l’intelligenza che orienta, il legame che salva, la presenza che rende possibile il ritorno. Il suo filo è uno degli oggetti simbolici più celebri della mitologia, eppure conserva una straordinaria attualità.

Viviamo in un’epoca di connessioni continue e, paradossalmente, di solitudini profonde. Abbiamo accesso a una quantità immensa di informazioni, opinioni, immagini e stimoli, ma spesso fatichiamo a distinguere una strada dall’altra. Il labirinto contemporaneo può essere la rete stessa: infinito, seducente, pieno di possibilità e di trappole. In questo scenario, il filo di Arianna diventa la capacità di mantenere un legame autentico con qualcuno, con una comunità, con i propri valori.

Arianna non è una figura passiva. Per troppo tempo il mito è stato letto concentrandosi soltanto sull’impresa di Teseo, quasi che il gesto decisivo fosse l’uccisione del Minotauro. Eppure, senza il filo, l’eroe sarebbe rimasto prigioniero del labirinto. La cultura contemporanea sta progressivamente recuperando questo sguardo: le figure femminili non sono più soltanto ricompense o comparse nell’avventura maschile, ma protagoniste capaci di guidare, scegliere, sovvertire le regole.

Pensiamo a personaggi come Furiosa in *Mad Max: Fury Road*, Hermione Granger in *Harry Potter*, Ellie in *The Last of Us* o le protagoniste di molte narrazioni distopiche contemporanee. In loro si manifesta un archetipo complesso: non la “donna salvata”, ma la guida, la stratega, la custode della memoria e della possibilità di futuro.

Il filo di Arianna può essere anche la cultura. Leggere, studiare, ascoltare storie, confrontarsi con l’arte significa raccogliere strumenti per non smarrirsi. Ogni libro può diventare un filo teso tra il caos dell’esperienza e la possibilità di comprenderla.

 

Il labirinto digitale

Il labirinto antico era costruito con mura, corridoi e porte. Quello contemporaneo è spesso immateriale. È fatto di notifiche, feed infiniti, contenuti suggeriti da algoritmi, identità digitali e informazioni contraddittorie. Non ci chiede di camminare: ci chiede di restare connessi.

Nei social network ognuno può costruire una versione di sé, selezionando immagini, parole e momenti da mostrare. Questa possibilità ha aspetti liberatori: permette di trovare comunità, dare voce a esperienze marginalizzate, creare relazioni oltre i confini geografici. Eppure può generare anche una forma di smarrimento. Quando l’identità diventa una performance costante, il rischio è di confondere ciò che siamo con ciò che riusciamo a rappresentare.

Il labirinto digitale è alimentato dalla promessa che esista sempre un’altra porta da aprire: un nuovo video, una nuova notizia, un nuovo commento, un altro profilo da osservare. Come nel mito, però, l’abbondanza di percorsi non garantisce l’uscita. Anzi, può renderla più difficile.

In questo contesto, gli archetipi ci offrono una chiave di lettura. L’eroe è chi recupera la propria capacità di scelta; il mostro è la parte predatoria e compulsiva del sistema; Arianna è il legame che restituisce orientamento; il labirinto è la complessità che non possiamo eliminare, ma possiamo imparare ad attraversare con maggiore consapevolezza.

La vera sfida non è abbandonare la tecnologia, ma non diventare prigionieri delle sue logiche. Per uscire dal labirinto servono pause, silenzio, attenzione. Servono domande più lente delle risposte immediate.

 

Il ritorno del sacro nelle storie pop

La cultura popolare è uno dei luoghi in cui il mito continua a reinventarsi con maggiore vitalità. Serie come *Stranger Things*, *Game of Thrones*, *The Last of Us* o *Dark* non conquistano il pubblico solo grazie agli effetti speciali o ai colpi di scena. Funzionano perché mettono in scena paure e desideri profondi: la perdita dell’innocenza, il conflitto tra destino e libertà, il bisogno di appartenenza, il peso della memoria, la lotta contro un male che sembra più grande dell’individuo.

Anche il successo delle narrazioni fantasy e distopiche rivela qualcosa. In un presente percepito come instabile, il pubblico cerca storie capaci di trasformare l’ansia in immagini. Il caos climatico, le guerre, le crisi economiche e le trasformazioni tecnologiche diventano draghi, regni in rovina, pandemie immaginarie, mondi post-apocalittici. Non è evasione nel senso più superficiale del termine. È un modo per guardare la realtà da una distanza simbolica, rendendola forse più affrontabile.

Il mito, infatti, non ci allontana dalla vita: la condensa. Prende un’esperienza vasta e confusa e le dà una forma memorabile. Un anello può rappresentare il potere che corrompe; una foresta incantata può essere l’inconscio; un viaggio nello spazio può diventare una ricerca spirituale; una città devastata dagli zombie può parlare della fragilità dei legami umani.

Persino la pubblicità utilizza costantemente strutture archetipiche. Un’automobile non viene venduta solo come mezzo di trasporto, ma come promessa di libertà e avventura. Un profumo diventa seduzione, mistero, trasformazione. Un prodotto sportivo evoca la sfida dell’eroe contro i propri limiti. Questo uso può essere efficace, ma anche manipolatorio: gli archetipi toccano corde profonde e possono indurci a desiderare oggetti come se fossero soluzioni a bisogni esistenziali.

 

Uscire dal labirinto, senza dimenticarlo

La lezione più intensa del mito di Teseo non è l’uccisione del Minotauro. È l’uscita dal labirinto. Affrontare il proprio mostro è necessario, ma non basta: bisogna saper tornare nel mondo, portando con sé ciò che si è imparato.

Nella vita contemporanea, siamo spesso spinti a cercare risposte immediate, identità semplici, nemici riconoscibili. Il mito ci ricorda invece che l’esperienza umana è più complessa. Siamo Teseo quando affrontiamo una prova; siamo Arianna quando aiutiamo qualcuno a non perdersi; siamo Minotauro quando lasciamo che la paura o la rabbia ci trasformino; siamo persino il labirinto, con le sue stanze nascoste e i suoi percorsi contraddittori.

Gli archetipi non devono imprigionarci in ruoli rigidi. Al contrario, possono renderci più liberi, perché ci permettono di riconoscere i copioni che agiscono dentro di noi. Se capiamo di stare vivendo una fase di smarrimento, possiamo ricordare che il labirinto non è necessariamente una condanna. Se incontriamo un mostro, possiamo chiederci se vada combattuto, ascoltato o entrambe le cose. Se cerchiamo un filo, possiamo imparare anche a offrirlo agli altri.

La cultura contemporanea continua a produrre miti perché continua ad avere bisogno di senso. Dietro ogni schermo, ogni saga, ogni canzone capace di emozionarci, si nasconde una domanda antica: come possiamo attraversare il buio senza perdere la strada?

Forse non esiste una risposta definitiva. Ma il mito ci consegna un’immagine potente: qualcuno entra nel labirinto, qualcuno attende al centro, qualcuno tende un filo. E, nonostante la paura, esiste sempre la possibilità di tornare alla luce.

Nicola Dimitri

Loading